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Rieccomi


Publicato il: 12 gennaio 2008

Ritorno fra voi al volgere della marea ed osservo, con una certa meraviglia, che il contatore delle visite ha oltrepassato quota 10000 nonostante la mia prolungata assenza dal cannocchiale. Grazie per la vostra attenzione disinteressata dunque, ma immagino che alcuni (pochi) si staranno chiedendo il perché di questa prolungata assenza. Ebbene la risposta è molto semplice: sono rientrato a Sassari solo oggi e, fin dai primi di dicembre, ho vissuto confinato nel mio piccolo paese natio dove ancora non è arrivato il cristianesimo, figuriamoci Internet veloce. La sola possibilità di navigare in rete da casa mia, è quella di accontentarsi della vetusta connessione a 56 Kb, ma per carità! Navigare così lenti dopo che hai fatto l’abitudine alla ADSL è come voler scendere a Cagliari a dorso di mulo adesso che esistono le macchine.

Quindi non l’ho fatto e mi sono costretto ad accettare un breve periodo di astinenza da internet anche perché, mi ero detto, in ogni caso ai primi di gennaio sarei rientrato a Sassari. E invece non è andata così, porco mondo! Sono potuto rientrare soltanto oggi perché, per tutta questa prima decade del nuovo anno, sono stato malato. Sinusite! Peggio delle piaghe bibliche subite dagli antichi egizi. Un dolore che non vi dico. Sono stato malato e, in effetti, lo sono ancora, aimè; sto combattendo da giorni con una colonia di batteri che mi ha eletto a sua fissa dimora e che non c’è verso di cacciare via. I sintomi si sono ridotti, ma ho ancora un po’ di dolore che devo tenere a bada a colpi di antidolorifici, di quelli che ti fanno stare meglio al prezzo di rovinarti un po’ lo stomaco per intenderci. Quindi forse sto barattando il benessere fisico con una possibile ulcera gastrica, vedremo come andrà a finire.

Soffrire e sopportare, questo è il destino di noi poveri esseri umani, e allora soffrirò e sopporterò, che altro potrei fare del resto? Ma nel frattempo riprenderò a leggervi.

A presto dunque.

Arma.



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Eccolo amici miei!


Publicato il: 28 ottobre 2007

 

Primo capitolo

 

Finalmente.

 

   

“Ho un obiettivo che trastulla i miei sensi di colpa,

e sto più sotto di una talpa.

Non gioco a fare il santo ribelle,

entra nel mio vivaio,

troverai soltanto nervi a fior di pelle.”

 

Nessuna razza (Verità supposte - 2003)

Caparezza


The man in black fled across the desert, and the gunslinger followed.

The desert was the apotheosis of all deserts, huge, standing to the sky for what might have been parsecs in all directions. White; blinding; waterless; without feature save for the faint, cloudy haze of the mountains which sketched themselves on the horizon and the devil-grass which brought sweet dreams, nightmares, death.

 

The gunslinger.

Stephen King


1.    Finalmente.

 

 

- 1 -

 

Aprì il libro è ne sfogliò rapidamente le prime pagine che contenevano, in questo ordine, la bibliografia, i ringraziamenti e una dedica. Gettò un rapido sguardo alla prefazione, il tempo necessario per rendersi conto che la conosceva già, e decise di saltare anche quella, proseguendo senza altri indugi verso il fatidico incipit.

Lesse:

«L’uomo in nero fuggì nel deserto e il pistolero lo seguì.»

Finalmente!

Quanti anni aveva aspettato? Non ricordava più: certamente più di due, forse meno di cinque, in ogni caso era tempo lunghissimo. Ora però

finalmente

teneva il primo libro della saga ben stretto fra le mani e gli altri sei ordinatamente impilati sul comodino.

Si voltò a contemplarli con immenso amore. La Torre nera, l’Opera Massima di Stephen King era li, completa, a meno di un metro dal suo braccio. Vedere quei volumi accatastati gli fece provare una sensazione meravigliosa. Era meraviglioso persino quel netto contrasto tra l’aspetto consunto e ingrigito del terzo volume e quello più nuovo degli altri sei.

...continua, minchia se continua, per altre 487 pagine.

Oggi, 28 ottobre 2007, ho finalmente finito di scrivere il mio romanzo, CINQUE LETTERE. A casa lo abbiamo innaffiato con un buon Nepente di Oliena, meritava.
Non credevo che ci sarei mai riuscito e, bene, staremo a vedere come andrà a finire. In ogni caso mi sarò divertito un mondo.
Ciao, da adesso riprenderò a leggervi con più costanza. A presto.



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Grasse Risate


Publicato il: 22 ottobre 2007

 AH AH AH AH AH AH AH!!!!!!

NON CE LA FACCIO PIUUUUUUU!!!!!

MI DUOLE LA MANDIBOLA DAL RIDERE!!!!!




 AH AH AH AH AH AH AH!!!!!!




ATTACCATI A STA CIPPA BUFFONE!!!!

RIDI ADESSO, DAI RIDI!

IDIOTA



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Estratti


Publicato il: 16 ottobre 2007

Adesso vi assillo un altro po', se permettete, con la storia del libro. Questo paragrafo è preso dal secondo capitolo dopo la seconda mano, vale a dire che dovrebbe essere definitivo. Non è quello che mi piace di più ma è uno dei più corti. Leggetelo, se vi fa piacere, altrimenti fate solo fina e poi scrivetemi che vi è piaciuto :-)))
L'ho pubblicato più che altro perchè mi sembra brutto far passare troppo tempo senza scrivere niente nel blog ma non vi nego che mi piacerebbe sapere cosa ne pensate, nel bene e soprattutto nel male.
 
Raggiunsero la porta del locale e la varcarono. Fu come entrare in un’altra dimensione: i contorni delle cose e delle persone erano confusi e indistinti a causa della nebbia che li avviluppava, solo che non era nebbia, era fumo di tabacco in quantità industriali. La foschia era abitata da una cinquantina di persone gomito a gomito, di cui almeno 40 stavano fumando; i condizionatori d’aria non potevano svolgere il loro compito semplicemente perché non c’erano e lo spazio vitale a disposizione di ciascuno era ridotto all’osso. Sarebbe stato problematico aprirsi una strada fino al bancone.

Roberto lasciò passare avanti l’amico, intendeva servirsene come una rompighiaccio per aprirsi la strada in quella moltitudine di teste.

«Avanza Eclisse», lo esortò. «Chiedi permesso.»

Eclisse avanzò ma non ebbe bisogno di chiedere permesso, le persone avevano una naturale tendenza a farsi da parte quando se lo trovavano davanti. Conquistato il bancone salutarono il gestore del locale che rispose con straordinaria urbanità, accendendo un sorriso abbagliante come una lampada alogena. Il barista, che Roberto conosceva solo di vista, si avvicinò; volle sapere come andasse loro la vita, se era tutto a posto e come mai fossero passati da quelle parti, tuttavia non aspettò nessuna delle risposte perché poco dopo aggiunse:

«Cosa prendete?»

L’ultima domanda, come tutte le altre del resto, aveva una valenza più che altro simbolica, non c’era in verità molto da scegliere: avrebbero potuto volere birra oppure vino, per tutto il resto si sarebbero dovuti rivolgere altrove.

«Birra?» ipotizzò Davide e…

«Birra», sottoscrisse Roberto.

Il barista sorrise di nuovo, sembrava che non potesse farne a meno, sollevò il coperchio del freezer e ne cavò una bottiglia di Ichnusa (non c’era molto da scegliere neppure per la marca: Ichnusa oppure, se volevi  cambiare, Ichnusa). Aprì la bottiglia, ne spazzolò il fondo per liberarlo dai cristalli di ghiaccio e prese dal bancone due bicchieri di plastica. Finalmente porse il tutto ai nuovi arrivati.

Davide prese la bottiglia di birra e ne versò il contenuto nei due bicchieri senza usare delicatezza, non c’era il rischio di fare troppa schiuma, la birra era semplicemente troppo fredda per farne. Entrambi si erano aspettati di veder sgorgare del liquido quindi potete ben comprendere il loro stupore quando, al posto della birra, videro uscire una specie di granita in fase di scongelamento.

«Minchia!» esclamò Roberto. «Cos’è, azoto liquido?»

Detto questo chiamò il padrone del locale che fu da loro in un lampo, subito dopo il suo perpetuo sorriso.

«Cosa c’è?» si crucciò.

«Ne avresti una un po’ meno fredda? Anche a -30° va bene, non ci formalizziamo sai.»

A questo punto dovrei scrivere che il barista rise, ma già lo faceva quindi scriverò che rise ancora di più.

«Mi dispiace è tutta così», c’era sincero dolore nel suo tono di voce. «Ho già caricato tutte le casse in frigo. Aspettate un attimo e vedrete che si riscalda.»

La risposta non si prestava a confutazioni, dovevano mangiare di quella minestra oppure saltare dalla finestra. Roberto prese il bicchiere e lo annusò, inorridì ma infine si fece coraggio e tirò una sorsata. Gli si intorpidì istantaneamente il palato; la birra scese nello stomaco e subito dopo risalì sotto forma di un proiettile congelato che gli si conficcò al centro della testa.

«Se beviamo di questa roba finisce che ci restiamo secchi», disse. «Aspettiamo un po’ che è meglio.»

Davide concordò.

Aspettarono e guardarono gli astanti; aspettarono e fecero conoscenza con un paio di ragazzi che stavano con loro al bancone; si arrischiarono in una nuova sorsata di assaggio e constatarono che la birra era ancora fredda ma sarebbe stato possibile mandarla giù… con cautela. Bevvero allora con più decisione ed ordinarono subito una nuova bottiglia, quella che avevano non era neppure a metà, ma in questo modo l’altra avrebbe avuto più tempo per scongelare.

Appresa quella tecnica la bevuta andò avanti con maggiore speditezza. Nel volgere di mezzora le facce ignote al bancone diventarono facce ignote ma simpatiche, dopo la seconda mezzora si trasformarono in facce conosciute e, dopo un numero sufficiente di mezzore, la folla che assediava il bancone diventò una simpatica combriccola di amiconi che se la sghignazzava allegramente su tutto. Al Kaos si stava creando un ambiente davvero piacevole, come al solito; era facile stipulare nuove amicizie e c’era da giurare che quasi tutti i convenuti al locale, la mattina dopo, si sarebbero svegliati con la testa più leggera e la rubrica del telefonino più pesante per l’aggiunta di un paio di nomi ai quali non sarebbero più stati capaci di associare una faccia.



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Marginalia


Publicato il: 9 ottobre 2007

Il sonno e la penna non vanno d’accordo, i problemi più grossi nascono quando la penna ti toglie il sonno come sta succedendo a me. Sto scrivendo e non credo che sia più un segreto; non lo è per i miei coinquilini che da un po’ di tempo, la notte, sentono echeggiare per i corridoi dell’appartamento il furioso ticchettio del mio battere sulla tastiera; non lo è per voi perché vi ho già fatto leggere alcuni passi del mio lavoro. Però non ne avevo mai parlato apertamente con nessuno prima di oggi e quindi faremo finta che nessuno lo sappia.

Quindi, vi dicevo, sto scrivendo.

Un romanzo.

Grazie a Dio queste lettere vengono chiare a prescindere dalla stabilità della mano, altrimenti nessuno di voi sarebbe riuscito a decifrare quella parola: romanzo. La verità è che quando ci penso mi tremano ancora le mani, nonostante ci stia già lavorando da quasi un anno ancora non riesco a credere di averci provato. Soprattutto non riesco a credere di esserci quasi riuscito perché, dovete sapere, sono finalmente arrivato all’ultimo dei sette capitoli che avevo previsto.

Mi sono imposto di terminare entro la fine di questo mese. Perché? Perché me lo sono imposto e sono fatto così. Ho creato Roberto prendendo spunto un po’ da me, un po’ dagli amici e un po’ da tutto l’universo che conosco; ne è venuto fuori un personaggio reale tanto quanto voi che ora mi state leggendo: molto poco, un amico fatto di sole parole che non ho mai visto eppure mi sembra di conoscere da tanto tempo. Ora sia io che lui siamo impazienti di sapere come andrà a finire… oddio io lo so già, non credo a quelle stronzate da romanziere secondo cui i personaggi a un certo punto iniziano a vivere di vita propria e fanno quello che gli pare. Roberto farà esattamente ciò che gli dirò io, però lo vuole fare in fretta e mi sta mettendo addosso una certa ansia.

In preda a questa febbre sono arrivato a metà dell’ultimo capitolo in prima stesura e a un quarto del secondo in rifinitura. Così scrivo io e così, credo, scrivono più o meno tutti: in prima battuta lascio andare le mani scrivendo abbastanza veloce da riuscire a star dietro ai pensieri, successivamente lascio lo scritto a marcire e a prendere muffa per un paio di giorni e poi ci ritorno sopra per aggiustarlo e levare via le cazzate, in genere molte, che ci trovo dentro.

Oggi, durante il lavoro di rifinitura, mi sono sorpreso a riscrivere quasi daccapo un paragrafo per ben sette volte ma, ad ogni passaggio, mi sembrava sempre più brutto. Deve essere a causa del sonno che Roberto mi sta levando: ha fretta e non mi lascia dormire per più sei ore a notte... e il sonno e la penna non vanno d’accordo, almeno nel mio caso. Dopo l’ennesima infruttuosa rielaborazione ho deciso di mollare tutto, di mettermi a letto e di rinviare a domani, ma prima di farlo vi lascio questo sfogo come uno di quei commenti a margine che spesso si trovano in certi manoscritti medievali.

Ah, avessi un buon bicchiere di vino! Ma non ce l’ho e quindi dovrò accontentarmi di una camomilla. Buonanotte signori e tu, Roberto, lasciami dormire, se vuoi continuare a vivere.



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Ah Ah Ah


Publicato il: 7 ottobre 2007


Fatti figo adesso fanciullo!
Da quando è arrivato lui,  sembra che sia tornato il messia sulla terra.
Datemi retta, io l'ho detto subito di non fidarsi troppo, ne ho visti tanti di fuochi di paglia.
C'era una volta Montoya, e una Hill (Demon) e un'altra Villneuve (Jacques). E adesso c'è lui.
C'erano una volta ma di palloni gonfianti ce ne sarannno sempre... scemo!

P.S. Sono di rientro da un fine settimana campale e sono stanchissimo. Buonanotte.
Domani vi leggerò tutti, ciao.



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Io mi chiedo chi...


Publicato il: 4 ottobre 2007



Lasciami solo tipo Rita Pavone se vai a vedere la partita di pallone

perché

non vengo con te, quella non é brava gente!

S'impone violentemente a spinte smantellate immediatamente.

Slogan teppisti che sanno di inni fascisti, su 'sti spalti stanno tifosi misti a terroristi.

Hai voglia a stare triste se ci scappa l'omicidio,

'sta caciara mi da un senso intenso di fastidio.

Hooligans e svastiche binomio perfetto,

ti metterei quel palo dritto nel culetto con lo scudetto, troppi Ultrà cafoni senza nomi c'hanno mani armate,

come diceva Antoine quelli ti tirano le pietre.

Sputi, monetine, carta igienica.

Domenica

ci si porta anche la tromba per la carica,

mi sa che

nemmeno la banca del seme ha visto tanti cazzi messi insieme a saltare,

a volte vorrei risanare ma...

 

CapaRezza

 

CHI CAZZO ME LO FA FARE

 

E non aggiungo altro, non serve. 



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Frequenze


Publicato il: 29 settembre 2007

Due dita della mano destra, l’indice e il medio, salirono alla carotide ad esplorargli le pulsazioni. Era un gesto automatico, non avrebbe potuto controllarlo più di quanto avrebbe potuto controllare il ritmico movimento del torace. Programma lo avrebbero chiamato i neurofisiologi; Roberto lo sapeva ma non gliene importava nulla.

Le dita salirono proiettando un ombra un po’ diafana alle sue spalle, aderirono alla pelle del collo senza esercitare troppa pressione e li rimasero, in silenzio, ad ascoltare. Arrivò un tonfo, secco e veloce in se, ma accompagnato da una specie di vibrazione come se le ali di una piccola farfalla gli stessero solleticando la pelle.

Sfarfallio

Ebbe l’impressione di udire un suono ma naturalmente solo di questo si trattava: di un impressione. Le sue orecchie erano addestrate ad udire e non sapevano fare altro, interpretarono la vibrazione che si propagava alla pelle come un brusio sommesso.

È la pressione del sangue che genera i moti turbolenti…

Grazie tante per la lezione, non gliene fregava nulla neppure di quello.

Il tonfo venne e passò, presto ne sarebbe seguito un altro pressoché identico; il punto era: presto quanto?

Eccolo. Di nuovo il tonfo e di nuovo lo sfarfallio.

Era veloce? Un po’.

Era troppo veloce? Giudicava di no.

S’imponeva una verifica; sempre tenendo premute le dita sul collo sollevò il braccio sinistro ruotando il polso in modo da esporre il quadrante dell’orologio. Attese dieci secondi trattenendo la respirazione e contando i tonfi. Ne arrivarono 13 il che voleva dire, moltiplicando per sei, una frequenza di 78 battiti per minuto. Non erano i 72 accademici ma andavano bene lo stesso, dopotutto ciò che teneva in vita il corpo era il continuo tentativo di mettere ordine nel disordine.

Il ritmico sollevarsi della carotide lo riconfortò, rilasciò i muscoli del braccio destro lasciandosi ricadere la mano in grembo e cessando l’esplorazione dei propri battiti.

Tornò quasi subito

la certezza

l’impressione di avere una frequenza cardiaca troppo alta. Vibrava; si sentiva come un motore diesel al minimo dell’accelerazione, gli sembrava che quelle vibrazioni potessero scuotere i muri e mandare in risonanza i vetri della finestra. Prese a solleticargli un piede, era come sentirsi accarezzati dall’interno: minuscoli innalzamenti e abbassamenti che potevano soltanto essere i battiti di un arteria picchiavano contro la calza ed erano veloci… troppo veloci!

L’indice e il medio della mano destra risalirono immediatamente a consultare l’oracolo della carotide; immediatamente l’orologio ritornò nel suo raggio visivo. Aspettò altri dieci secondi e nel frattempo contò: 15, che moltiplicati per sei faceva 90, come la Paura. Più del normale ma ancora non abbastanza veloce, una banale accelerazione, dovuta probabilmente allo spavento che si era preso.

Abbassò ancora le dita; pochi minuti dopo le pulsazioni si ripresentarono ancora, questa volta dietro il ginocchio. Le solite dita guizzarono immediatamente ma le acchiappò al volo.

Ferme lì!

Ubbidirono. Non avrebbe controllato, non avrebbe ceduto altro terreno all’angoscia. Se cosi doveva essere che così fosse. Amen.

Echeggiarono voci nelle profondità della mente:

Quanto ancora da qui alla pazzia?

Non molto, non molto. Manca poco ormai, non ti preoccupare.

Dopo potrò finalmente dormire?

Certamente!

Seguì un pensiero apparentemente senza senso:

Non hanno forma perché possono assumere qualsiasi forma.

E sopra tutto l’incessante e rabbioso frastuono del traffico.



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Automezzi e autointeri


Publicato il: 27 settembre 2007

 

Sono rientrato stasera. Ho preso come al solito il pullman da Macomer a Sassari: quello delle 17.20 che arriva a destinazione alle 18.30 e che impiega più di un’ora per fare 70 schifosi chilometri, ce n’è in abbondanza per renderti nervoso? Ce ne sarebbe, ma evidentemente non abbastanza, perché ogni volta devo affrontare la bigliettaia.

La signora sarà anche simpatica, a qualcuno dovrà pur esserlo ma non a me. Per esempio giorni fa dovevo prendere la corriera per Alghero, per andare a trovare mia madre e la macchina. Un’odissea: la mattina avevo chiuso la vettura lasciandoci dentro le chiavi e quindi sono dovuto rientrare a casa a prendere quelle di riserva, il che significa circa 200 km in pullman fra andata e ritorno ad Alghero. Ce n’è sarebbe stato abbastanza per rendermi nervoso? Ma no, mancava la bigliettaia di Macomer. Andai a comprare il biglietto. Dissi:

“Un biglietto per Alghero”. E dopo aggiunsi, purtroppo in anticipo: “grazie”.

Lei consultò il suo cassetto dei miracoli dove tiene stipati i biglietti delle varie tratte, incurvò la bocca il tanto giusto per sembrare triste e mi rispose:

“Gli ho finiti, mi dispiace”

“E Quindi?” chiesi.

“Non so, è colpa dell’ARST che non ce li manda, non ci posso fare niente. Però può farlo a bordo… pagando un piccolo sovrapprezzo”

Ma cosa… Io… dove… sovrapprezzo? Avrei potuto solo farfugliare quindi non dissi nulla, ma com’è che funziona? Siccome lei non ha i biglietti io devo pagare il sovrapprezzo?

Non lo pagai, l’autista si mostrò indulgente ma andiamo avanti, torniamo ad oggi.

Sono andato dalla bigliettaia ad acquistare il biglietto per Sassari e:

“Sassari” dissi, contemporaneamente porgendo una banconota da 50 euro per pagare i 5,50 del biglietto. Mi trovai di fronte la solita faccia triste che questa volta mi disse:

“Mi spiace non ho cambio”

“E quindi?” di nuovo.

“Non so, non ci posso fare niente, mi dispiace”

E che cazzo! Ogni volta una? E mai che ci possa fare qualcosa, le dispiace. Mi sono arrabbiato ma non ho risolto niente, alla fine mi sono dovuto cambiare i soldi da me nell’edicola di fronte.

Aiutatemi amici cari, se vado a comprare qualcosa e ho i soldi ma non in cambio, chi è che si deve preoccupare del resto, io o il negoziante?

Ditemelo vi prego, se è come penso io la prossima volta la bigliettaia avrà un buon motivo per essere triste.

Da grande farò il pazzo omicida; beccati queste sei pallottole bigliettaia! E tieniti pure il resto, non ho cambio.



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Stranierismi


Publicato il: 19 settembre 2007

Siamo assediati dall’inglese: per strada, al computer, in ospedale, in ufficio… dovunque. Non ho mai avuto una particolare simpatia per l’italiano, inteso sia come popolo che come lingua, ma oggettivamente devo ammettere che l’idioma del Bel Paese non è brutto: è complesso, musicale ed estremamente accurato; l’esatto contrario dell’inglese insomma, che è una lingua semplice, atona e molto povera, composta da 5 parole in tutto con 65000 significati ciascuno.

Sia chiaro, non ho niente contro i vocaboli stranieri a patto che il loro uso non sconfini nell’abuso, ciò che non mi spiego è perché si debba utilizzare una parola inglese quando esiste l’equivalente italiano. Bed and breakfast leggo su un cartello nella strada per Alghero; suona bene, certo, ma solo perché ci hanno abituato a sentirlo. Perché non chiamarlo invece, ad esempio, Letto e latte? O magari Camera e colazione? Lei giù in fondo non rida, non c’è niente di ridicolo. Facciamo una prova: cambiate il vostro cervello e pensate in inglese, fate conto di non aver mai sentito una parola di italiano…

Fatto?

Come vi suona adesso Bed and breakfast? Precisamente come Letto e latte o meglio, trattandosi di colazione inglese, Letto e pancetta fritta (ma che schifo!). Se Letto e latte vi sembra ridicolo allora lo stesso deve valere per Bed and breakfast; perché in italiano si e in inglese no?

La stessa parola breakfast dovrebbe dimostrare quanto sia insulso l’idioma anglosassone: letteralmente significa break fast ossia pausa veloce ma pausa di che? Potrebbe essere qualsiasi cosa, per me una pausa veloce potrebbe anche essere una pisciatina in bagno.

Altri esempi? Right non significa mica destra, significa giusto e quindi, per estensione, destra perché la destra, a quanto pare, è il lato più giusto. All’opposto left non significa sinistra ma rimanente (five minutes left – cinque minuti rimanenti). Gli inglesi dunque segnano le direzioni indicandole come quella giusta, right (it’s all right – è tutto giusto), e quella rimanente: left, l’altra. Ma che razza di lingua sarebbe questo scempio? E come fate a invidiarla?

Alcuni mesi fa un mio amico ha aperto un’agenzia d’affari e di disbrigo pratiche; nel volantino promozionale dell’attività stava scritto: “…grazie al nostro know how informatico siamo in grado di eseguire qualunque compito…”. Mi chiese un parere sulla pubblicità ed io di rimando gli chiesi cosa significasse know how. Conoscenza mi rispose, ed io a lui: “ma allora perché cazzo non scrivi conoscenza?”. Anche perché know how non vuol mica dire conoscenza, sarebbe troppo per l’inglese, vuol dire sapere come!

Ma vaffanculo… anzi: fuck you!

Io non scrivo post, scrivo articoli e non lo faccio con un word processor ma con un programma di videoscrittura. Non quoto mai, mi limito a citare e leggo il numero dei visitatori dal contatore e non dal counter.

Se vi sembrano ridicoli i nomi ed i marchi in italiano pensate che in questo momento che state leggendo sul vostro computer (ci sarebbe elaboratore ma lasciamo perdere…) sta girando il sistema operativo Finestre (Windows), forse avete preso una bibita fresca dal vostro frigorifero Gorgo (Whirlpool) e magari state indossando un bel paio di pantaloni Fucile (Rifle).



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sfoglia per mese:   ottobre       

Io vi vedo!

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Triton

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Valigetta



VisionidiBlimunda

In frammenti


Genialità in  M u s i c a

Non è per vincere che vivo
ma per ardere,
perciò se dovrò perdere
lasciatemi perdere e avrò perso,
cosciente che non sono
ne peggiore ne migliore
di nessuno
FINCHE' SARO' DIVERSO.

Caparezza


Genialità in  S c i e n z a

Quando un uomo siede un'ora in compagnia di una bella ragazza, sembra sia passato un minuto. Ma fatelo sedere su una stufa per un minuto e gli sembrerà più lungo di qualsiasi ora. Questa è la relatività.

Albert Einstein


Genialità in  P o e s i a

Gli alberi sono liriche che la terra scrive sul cielo. Noi li abbattiamo e li trasformiamo in carta per potervi registrare, invece, la nostra vuotaggine

Kahlil Gibran

® Frase rubata da: medici_senza_dentiere




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Un omaggio al popolo libero della Palestina

Tratto dal film: Paradise Now
di Hany Abu-Assad

"Il peggio è che hanno convinto il mondo e si sono persuasi anche loro di essere delle vittime. Come è possibile che siano oppressori e vittime?"



Menzione d'onore al: Festival di Berlino
Miglior film straniero ai: Golden Globes



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